Keep quiet,
Nothing comes as easy as you.
Can I lay in your bed all day?
I'll be your best kept secret
And your biggest mistake.
Daniel Poe era un dannato logorroico. Non sapeva altro sul suo conto – eccetto, duh, che era alto, magro, con lunghi e setosi capelli castani, occhioni scuri, lineamenti delicati ed un fisico– non era questo il punto. Il fatto restava, Daniel Poe era un dannato logorroico.
E lei non voleva averci a che fare perché odiava i logorroici.
E in più Daniel Poe non aveva rispetto dell’altrui fisicità, passava tre quarti del suo tempo appolipato a Brianna Fraser e quell’altro moscerino insignificante, Fox, e la cosa decisamente non andava d’accordo con il suo ideale di persona. Era fastidioso, chiassoso, parlava troppo e toccava qualsiasi cosa gli si parasse davanti. Toccava anche le persone, eh. Toccava soprattutto le persone!
Era una cosa che lei non sarebbe mai riuscita a sopportare.
« Salve! » trillò felicemente Daniel, agitando enfaticamente una manina e sorridendo in un modo che gli esseri umani normali non dovrebbero essere in grado di fare. Diede di gomito a qualche Grifondoro che non aveva ancora notato la sua presenza – arduo da credersi, ma a volte accadeva – e iniziò a parlare. « Allora. Avevo pensato – no, miniFraser, non sono un essere non–pensante come te. Ora zitto e fammi parlare. Dicevo: avevo pensato che, essendo questo l’ultimo finesettimana ad Hogsmeade prima delle vacanze e, per alcuni di voi, del diploma, si potessero mettere da parte le ostilità e fare gruppo tutti insieme. C’è un posto, poco fuori dal villaggio, dove ci potremmo accampare per una mezza mattinata tanto per evitare di lasciarci tutti col ricordo delle bruciacchiature dovute a schiantesimi o cose varie. No, Liffey, semplicemente perché è tua sorella non sei autorizzato a minacciare di metterle un bavaglio o altre cose simili. Non te lo consiglio, lo sai che nei duelli vi abbiamo sempre battuto. » Il sorriso mutò, diventando più provocatorio, più ferino, quel tanto che bastava per mettere a tacere i presenti. « Allora, » esclamò, riepilogando, « chi viene? »
Chi più, chi meno, alzarono un po’ tutti le mani. L’unica che non lo fece, e Daniel se ne accorse solo quando la vide allontanarsi cautamente da loro senza fare il minimo rumore, era Scarlett.
« Ehi! » la chiamò correndole dietro, superandola e sbarrandole il passo. Teneva lo sguardo fisso nella cartella, alla ricerca della mappa che aveva faticosamente scarabocchiato con le indicazioni per raggiungere il posto, « Non ho idea del perché ti sei defilata, ma non mi piace. Insomma, bisogna mettere da parte le ostilità, dopo un po’! Non puoi restare sempre in guerra col – » in quel momento, accaddero due cose strane.
La prima era che Daniel Poe aveva alzato finalmente lo sguardo sulla ragazza e l’aveva guardata negli occhi ed era ammutolito. Aveva sgranato gli occhi e aveva ancora la bocca aperta a delineare un attonito « …oh. » e nient’altro.
La seconda era che Scarlett lo aveva a sua volta guardato ed aveva genuinamente sorriso. Gentilmente, come non le capitava da mesi – se non proprio anni – e quasi timidamente. « Ehi. Ciao. » Aveva provato a dire, in un disperato tentativo di suonare simpatica.
Perché il suo cervello le mandasse simili impulsi, ancora non aveva iniziato a chiederselo.
Ed allora accadde la terza cosa strana della giornata.
Daniel Poe aveva scrollato le spalle, provato a sorridere – riuscendo solo ad ottenere un ghigno grottesco ed un filino inquietante – e aveva aperto la bocca e non era uscito niente. Niente di niente. Il nulla cosmico assoluto. « I– io… » aveva pigolato, prima di sgranare gli occhioni in una smorfia terrorizzata, fare dietro–front e correre via.
Scarlett lo aveva osservato a metà tra l’incredulo e il divertito (con una piccolissima punta di incazzatura latente, per essere onesti), e non aveva fatto in tempo a chiedersi cosa fosse accaduto, che una mano di Shien Liffey le si era schiantata sulla spalla, subito seguita dal suo lapidario « …Complimenti, Devon! Hai terrorizzato perfino Poe! »
Lo aveva schiantato subito dopo, ovviamente. Quello che era meno ovvio e meno consueto del solito era che oltre il fastidio per essere stata toccata aveva anche sentito qualcos’altro ad infastidirla.
L’idea di terrorizzare Daniel Poe non le piaceva per niente, ecco.
« Ci devi parlare. »
« Devo? ‘Devo’ è una parola impegnativa, credo. »
« No, non lo è. Ora vai là ed apri la tua santa boccuccia e le rovesci addosso tutta la mole di parole di cui sei capace. »
« Ma– »
« O in sostituzione, ti limiterai a chiederle di unirsi alla comitiva, domenica prossima. »
« Ma! »
« Ma cosa? »
« Niente, Bri. »
Daniel si avviò strascicando i piedi verso il gruppetto di Grifondoro, rassegnato all’idea di fare la più grande figuraccia della sua vita. Ma non era colpa sua! Era Scarlett, o come cavolo si chiamava. Era tutta colpa sua! Non sapeva come, ma era colpa sua.
« Ehm… » la chiamò, allungando una mano davanti a lei senza osare sfiorarla, « Scar– um, Devon? » si corresse all’ultimo, facendosi per’altro mille complimenti per il fegato dimostrato fino a quel momento.
Poi Scarlett si voltò e, beh, fu una scena estremamente stupida. Guardò negli occhi Daniel e sorrise – di nuovo – con aria amichevole e gli chiese gentilmente cosa ci facesse da quelle parti. Daniel balbettò, diventò paonazzo ed inciampò sui suoi stessi piedi, quasi cadendo in terra.
Tutto da solo.
Da fermo, per giunta.
I capelli gli erano caduti tutti davanti al viso ed erano un disastro, continuava a tenere gli occhioni sbarrati e la bocca semi aperta esalava un costante « E–ecco– io– cioè– » e nient’altro.
Poi serrò le palpebre, si scostò i capelli con un movimento brusco e la superò senza dirle nulla, marciando di gran carriera verso la torre di Corvonero.
Dall’altra parte della stanza, Brianna Fraser si schiacciò una mano sugli occhi, visibilmente esasperata.
E in un altro angolino del corridoio, Shien Liffey scoppiò a ridere di cuore, alla vista della sua piccola Scarlett alle prese con il più impacciato degli spasimanti.
« Invitala! Non è difficile! »
« È difficile! »
« …Va bene, lo faccio io. »
« Oh, grazie, grazie, grazie. »
« Ovviamente a nome tuo. »
« NNNNNO! BRIANNA, TORNA QUI! »
Scarlett non vide molto. Sentì solo un ululato disumano alle sue spalle e decise di non voler sapere, per cui non si voltò. Poi venne superata da Brianna, che le si parò davanti, e trovò una plausibile motivazione a quell’urlo belluino. Magari era qualche suo compagno di casa…
« Devon? » la chiamò all’ordine Brianna, strappandola alle sue dolci fantasie di gente pesta e sanguinante riversa nei corridoio.
« Sì? »
« Dicevo: domani ti unirai a noi? »
Scarlett la osservò pensierosa. Era ovvio che ci sarebbe andata, altrimenti l’avrebbero tormentata a vita. E poi c’era – duh – quel ragazzo. Ma ovviamente non si sarebbe mossa per lui. No, certo. Si muoveva perché, ecco– beh, c’erano motivi per cui sarebbe andata a quella dannata festa che erano indipendenti da Daniel, mh?
…Oh cristo, lo chiamava anche per nome.
« Io– uh, sì, okay. » Snocciolò dopo un po’, con il solito sorrisino tirato che elargiva al mondo intero.
« Bene! » esclamò Brianna, avviandosi paciosamente verso dove era spuntata prima. « Ah… » disse dopo un po’, tornando indietro di qualche passo, « Ti saluta Dan. »
Non le diede di gomito, ma Scarlett percepì nell’aria la gomitatina complice che Brianna se ne moriva per elargirle. Non reagì in modo troppo evidente, però. Si limitò ad annuire e farle ciao con una mano, invitandola implicitamente a levarsi di torno.
Poi vide il suo riflesso su di un’armatura, e si disse che era assolutamente normale per lei – cadaverica com’era di solito – avere un colorito che impediva di distinguere capelli e viso. Perfettamente normale.
Dan aveva le occhiaie.
Quando Brianna se ne accorse, per poco non le venne un infarto.
Daniel Poe, quel Daniel Poe, perennemente in ordine e profumato, aveva le occhiaie. Ed i capelli erano scomposti, qualcosa a metà tra ‘non vediamo una spazzola da giorni’ e ‘legaci, ti supplichiamo, tienici in ordine’.
« Dan! » lo chiamò sconvolta Brianna, « hai le occhiaie! » esclamò, tanto per rimarcare l’ovvio.
Daniel prese la notizia con filosofia e si buttò di testa sulla tavola imbandita per la colazione, rischiando di beccare in pieno un piatto di biscotti. Una ciocca di capelli gli finì nel caffè senza che se ne accorgesse. « Non ho dormito stanotte, Bri. » Bofonchiò con tono piagnucoloso.
Brianna lo guardò e gli sorrise gentilmente, facendogli pat pat sulla testa. « Povero il mio Pixie. »
« Il tuo povero Pixie ha bisogno di una dose doppia di caffeina, o non arriverà a fine giornata. »
« Ed ecco la dose doppia pronta per il mio Pixie. » Disse gentilmente la ragazza, porgendogli una tazza di caffè.
« La panna… » si lagnò con gli occhioni lucidi, guardandosi attorno con sguardo perso. Ci pensò Charlie a provvedere, facendo comparire un sorrisino stanco sul volto dell’amico. Era visibilmente assonnato, aveva gli occhi gonfi e agli angoli si erano stabilite due lacrimucce da quanto spesso sbadigliava. Dopo aver bevuto la prima tazzona di caffè sembrava già più in sé, ma non tornò lucido prima delle canoniche tre porzioni più due bonus perché ‘sto tanto male e me lo merito’, che fecero guadagnare a Brianna tanti grattini sulla schiena per la sua generosità e la gioia dell’ascolto delle fusa estatiche di Dan.
Poi si rese conto dei capelli macchiati di caffè, ed ebbe una mezza crisi isterica, calmata da un provvidenziale gratta e netta di Charlie.
Nel complesso, era carino.
E normalmente era sempre splendido, quasi fosse uscito da una rivista di moda. Trovarsi ad essere semplicemente carino fu uno shock. E poi arrivò Scarlett, che non era carina, era splendida, e l’autostima del povero Corvonero finì sotto i minimi storici, quasi peggio di quando la professoressa Magee gli ciarpò acidamente contro ingiungendogli di togliersi quel fiore dai capelli perché era allergica e non gli donava. Non era vero, ovviamente, il fiore gli donava eccome. E fu esilarante vedere la vecchia professoressa di Trasfigurazione alle prese con la peggiore crisi allergica della storia di Hogwarts.
Ma non divaghiamo.
Scarlett era splendida, era piccina e magrolina ed era rossa e sorrideva! E, oh, quando sorrideva era ancora più splendida, per non parlare di quando guardava minacciosamente Shien o rideva perché l’idiota inciampava su qualche sasso o zolla mal messa in terra, allora rasentava livelli di splendore che Dan non pensava esistessero. E poi! E poi porgeva gentilmente le cose alla gente – non era vero che gliele scagliasse contro, erano loro ad avere una presa schifosa! – ed era ancora più splendida! E– …E poi si andava a sedere in disparte in un angolino, seria e pensierosa e Dan non poteva credere a quanto si potesse essere splendidi semplicemente fissando il vuoto e no, non sarebbe mai e poi mai andato a parlarle semplicemente perché Brianna glielo consigliava caldamente e–
« …Ti dispiace se resto? »
Da quando, precisamente, Brianna era diventata la mente e lui un semplice fantoccio che eseguiva i suoi ordini?
Scarlett lo guardò un po’ sorpresa, ma alla fine annuì e fu piacevolmente colpita nel vederlo prendere posto a debita distanza da lei. « Bel posto. » Borbottò dopo un po’, fissando davanti a sé.
Daniel annuì con un sorrisone, « Lo adoro, » iniziò a spiegare, « perché alla nostra prima gita ad Hogsmeade ci venimmo io, Charlie e Brianna dopo aver fatto spese da Mielandia e passammo il resto del pomeriggio qua, mangiando caramelle e parlando. »
Nonappena finì di parlare, si rese conto di quanto doveva essere suonato stupido. Lui non doveva parlare! Era uno stupido logorroico, non doveva aprire bocca, perché poi uscivano solo scemenze come quella! Cosa doveva importare a Scarlett di cosa faceva quando veniva ad Hogsmeade? Lo avrebbe odiato, ora, perché la stava facendo annoiare con le sue inutili ciance!
Scarlett sorrise, leggermente divertita, « Ma dai. Io di norma le gite ad Hogsmeade me le dovevo passare con quella cricca di idioti laggiù. »
« Perché dovevi? »
« Perchè– » la ragazza sospirò, tornando a guardare davanti a sé, « perché se sei debole hai bisogno di qualcuno che ti protegga. » Spiegò con un sorrisetto triste.
Effettivamente, stare nel gruppo dei più forti l’aveva sempre protetta. Oltre Shien ed i suoi amici, non c’era mai stata persona, ad Hogwarts, che avesse osato farlesi accanto per darle fastidio. Daniel si rattristò per lei e si diede dello stupido perché aveva nuovamente parlato a vanvera ed aveva detto la cosa peggiore al momento ancora più peggiore. Ora Scarlett la odiava! E lui doveva solo tacere, perché altrimenti avrebbe peggiorato la situazione e basta.
E poi.
E poi si guardarono un’altra volta e Daniel parlò senza nemmeno rendersi conto che lo stava facendo. Si era spostato più vicino a Scarlett, tanto da poter sentire il calore del braccio della ragazza contro il suo ed erano rimasti seduti fianco a fianco sotto quell’albero. « Posso abbracciarti? » esalò con un filo di voce, lo sguardo sofferente all’idea che sicuramente il permesso gli sarebbe stato negato.
Scarlett sgranò gli occhi ed impallidì. « No! » esclamò prima ancora di poterci pensare su per bene, prima ancora di vagliare i pro ed i contro, prima di rendersi conto della presenza di Daniel al suo fianco e del suo profumo che le andava in testa e la stordiva, ed i suoi capelli, ed il suo sorriso, ed il suo sguardo mogio. Prima di ogni cosa, piegò il capo per non doverlo guardare negli occhi ed iniziò a cianciare cose apparentemente senza senso, per frenare eventuali insistenze che – lo sapeva – non sarebbero arrivate. « No, certo che non puoi. Abbracciarmi, ma che, scherziamo? No, no e poi no. Ma nemmeno a propormelo per sbaglio. Io odio il contatto fisico! Non voglio farmi abbracciare, non so nemmeno come si fa. »
Sul volto del ragazzo si aprì il primo, vero sorriso della giornata, ristabilendo l’ordine naturale delle cose. Così sorridente, con i palmi puntellati sul terreno per non scivolare, Daniel Poe era veramente bello. « Ti posso insegnare io. » Disse, rendendosi conto che era una cosa stupida da dire, ma sapendo che era quella giusta, perché poco dopo Scarlett lo guardò con gli occhi sgranati, incapace di dire niente, impacciata ed ammutolita e rossa.
« Giochi sporco. » Bisbigliò, prima di socchiudere gli occhi e far scendere le spalle in segno di resa. Daniel la abbracciò delicatamente, circondandole il collo con le braccia e tenendo le mani penzoloni, a lambirle delicatamente la schiena.
« Ora tu– uh, dovresti abbracciarmi anche tu, » bofonchiò il ragazzo, stordito da quel contatto così leggero e delicato e contemporaneamente così devastante per il suo sistema nervoso, « tipo, mettendomi le braccia attorno al busto ed incrociando le mani dietro, per tenermi legato. »
Scarlett rimase in silenzio e si rilassò e poi, con una delicatezza mai posseduta prima di quel momento, eseguì. Intrecciò le dita e sfregò la guancia contro la maglia del ragazzo, tenendo gli occhi serrati. Daniel temette qualche istante, ma poi non accadde nulla. Semplicemente lei che alzava lo sguardo e cercava di sorridere. « Mi– um, mi prudeva il naso, » spiegò visibilmente imbarazzata, « e– duh– non volevo allontanarmi. Sei comodo. »
Il giovane Corvonero sorrise ancora di più, stringendo un po’ la presa sulle spalle della ragazza. « Ti posso abbracciare più spesso? »
« …Okay. »
« Scarlett? »
« Mh? »
« Posso abbracciarti? »
« Dan, sono settimane che vai avanti con questa storia, non è che devi presentarmi sempre una domanda in carta da bollo ogni volta che mi vuoi abbracciare. »
« Quindi posso? Senza doverti chiedere il permesso? »
« …Sto per fare una cazzata a dirti di sì, vero? »
« La più grande della tua vita, piccola. »
« Okay, sono rassegnata al mio destino. Da oggi in poi, puoi abbracciarmi senza chiedermi il permesso. »
Daniel scattò in piedi e le prese una mano e se la tirò addosso di peso, facendole perdere l’equilibrio e tenendola stretta al petto. « Mia! » Esclamò con uno strilletto gioioso, strizzandola ancora un po’ e facendo un paio di piroette sul posto. « Miamiamia! » Ripeté con lo stesso tono di prima, fermandosi e depositando Scarlett per terra. Si chinò fino all’orecchio della ragazza per renderle più chiaro il concetto, bisbigliandole « Mia, » per l’ultima volta prima di lasciarla.
« …Mia? » chiese lei, senza realmente capire, impedendosi di capire prima di avere una qualsiasi certezza sulla quale fare affidamento.
« Tu. Mia. » Daniel batté le manine, estasiato dal concetto appena espresso.
« …Com’è che non ne sapevo niente? »
« Progettavo di dirtelo nel momento più opportuno. »
« E sarebbe questo? »
« Certamente. Aspetta, » disse ad un certo punto, tirando fuori da una tasca della divisa una penna babbana e prendendo una mano di Scarlett tra le proprie – la ragazza tremò a quel contatto, ma non disse nulla: lo aveva autorizzato lei a farlo, no?
Ci pensò un po’ su, poi tolse il tappo e scrisse qualcosa sul suo palmo. « Ecco, ora è ufficiale. »
Daniel se ne andò subito dopo, trotterellando per il corridoio, e Scarlett riuscì solo a rimanere in silenzio a fissarsi il palmo su cui spiccava un ‘MIA! **’ scritto in maiuscolo per dare ulteriore enfasi.
Sorrise leggermente, rimirando l’opera d’arte di Daniel, appuntandosi mentalmente di dover fare la stessa cosa il prima possibile.
Era strano, il rapporto tra loro due. Davanti agli altri parlavano poco, non si davano confidenza, poi quando erano soli si rilassavano visibilmente e scherzavano, discutevano di ogni cosa, andavano d’accordo. E poi Daniel era gentilissimo con lei, la abbracciava quando proprio non poteva evitarlo – aveva il bisogno fisico di spalmarsi sulla gente, ogni tanto – e per il resto evitava di darle fastidio, perché non voleva mandare al diavolo tutto quello che era riuscito ad ottenere con pazienza.
« Dan? »
« Mh? »
« Ho bisogno che mi fai un favore. » Scarlett si era messa in ginocchio al suo fianco, visibilmente nervosa, facendolo preoccupare un po’.
« Va bene. » Aveva annuito e si era messo a sua volta in ginocchio davanti a lei, per poterla guardare negli occhi.
La ragazza aveva abbassato lo sguardo ed era diventata paonazza ed aveva fatto una smorfia simile ad un sorriso, « Senti… mi– mi tratti come una ragazza normale? » aveva sputato fuori alla fine, gli occhi fissi sul pavimento.
Daniel non aveva capito. Non poteva aver capito. Non era quello che credeva lui, no, era fuori discussione. « In che senso…? » si era arrischiato a chiedere, tradendo una certa impazienza.
« Tu– è che– » Scarlett aveva sospirato, frustrata, guardandolo finalmente negli occhi. « È che le altre… oddio, Daniel, non è difficile. Per favore, trattami come se fossi una ragazza qualsiasi. Una di quelle che, sai, non inorridisce all’idea del contatto fisico e passa le ore attaccata ad altre persone e poi se esce con un ragazzo– »
…Okay, sì, aveva capito bene.
« Vuoi che ti baci? » le aveva chiesto con un sorrisone, e vedendola annuire in silenzio aveva avuto la fortissima tentazione di saltellare sul posto. Ma dopo. Dopo avrebbe saltellato. Adesso aveva una Scarlett Devon da baciare, sì sì, poi avrebbe saltellato quanto gli sarebbe piaciuto.
Si avvicinò alla ragazza camminando sulle ginocchia, arrivando a pochi millimetri da lei, e poi si bloccò. « Però, » aveva detto, facendole alzare la testa per guardarlo, « però devi darmi le mani. »
« Cos– »
« Scarlett, porgimi le mani, dai. »
Scarlett aveva obbedito con una certa titubanza, e Daniel non aveva fatto altro che intrecciare le sue dita con le proprie. « Se adesso ti bacio, finisco con il fare stronzate. Voglio– voglio che tu mi tenga le mani perché così sono sicuro di non.. sai, sbagliare. »
Poi era successa una cosa strana.
Daniel l’aveva baciata a stampo, delicatamente, e poi le cose gli erano sfuggite di mano. Non sapeva chi avesse cominciato tra i due, ma era successo che Scarlett avesse piegato leggermente il volto e poi Daniel, o forse Scarlett, avesse aperto un po’ la bocca e la situazione era semplicemente degenerata. Degenerata parecchio, tanto da finire con le mani di entrambi alla disperata ricerca della pelle dell’altro, tanto da finire su un pavimento con Scarlett sotto Daniel, per la prima volta convinta di quello che stava facendo, per la prima volta felice di tanto contatto con un’altra persona, perché Dan era leggero, era delicato, era– dannazione, era Daniel. Daniel il logorroico caffeinomane.
Daniel con le occhiaie che davanti a lei non riusciva a parlare.
Daniel che come unica spiegazione una volta le aveva lasciato un bigliettino in cartella, con poche parole scritte sopra.
Un vero amore non sa parlare.

