Ethan e Abel si conobbero in Sala Comune, ed era inverno. Ethan aveva solo dodici anni, allora, ma ricorda perfettamente il ragazzo moro che si sedette con aria esausta al suo fianco sul divano. Ethan lo guardò e gli sorrise. Lui sorrideva sempre. A tutti. Abel invece non sorrideva mai.
“Fammi indovinare. Sei reduce da una lezione con Korsakov”
L’altro ragazzo volse verso di lui, un’espressione impassibile sul viso. Abel non era abituato alle persone che gli si rivolgevano così scanzonatamente, tanto per fare. Avrebbe reagito barricandosi dietro il suo sarcasmo, come faceva sempre quando la realtà gli arrivava troppo vicina, ma qualcosa nel viso dai lineamenti dolci dell’altro gli impedì di farlo. Fu forse un sorriso quello che increspò quasi impercettibilmente un angolo delle sue labbra sottili?
“Non esattamente. Diciamo che ho corso per sette piani per sfuggire alle ire di Tavington. Quante storie per un paio di colombi entrati dalla finestra a metà lezione”
Ethan allargò il suo sorriso, davanti all’ironia di quel ragazzo dagli occhi azzurri. Anche questo finalmente si decise a sorridere. E aveva un sorriso davvero bello.
“Quanti erano in realtà questi colombi?” si informò Ethan già ridendo. Conosceva il compagno da si e no due minuti, ma già gli pareva di aver capito tutto di lui. O almeno di quella maschera che era solito indossare. Qualche giorno, solo qualche giorno e sarebbe riuscito a vedere anche oltre di quella. Ma ancora non lo sapeva.
“Dieci” ammise l’altro slacciandosi la cravatta.
“Ed erano pterodattili”
Una risata liberatoria lì unì in un sodalizio.
Avevano parlato fino a sera. Del tempo. Dei professori. Delle acciughe per la colazione e dei leccalecca che Abel si portava sempre dietro. Allora sempre accompagnati da un pacchetto sempre mezzo vuoto di sigarette. Mezzo vuoto. Per lui quel maledetto pacchetto era sempre mezzo vuoto. Si chiedeva solo se prima o poi si sarebbe svuotato del tutto, e cosa sarebbe successo dopo. Aveva tredici anni e considerava la felicità un’utopia.
Solo dopo tre ore buone ad Ethan era venuta in mente una cosa di importanza non esattamente trascurabile.
“In tutto ciò, abbiamo dimenticato le buone maniere. Io sono Ethan Hewer” si presentò. L’altro ragazzino gli tese la mano. Pallida come tutto in lui.
“Abel Matthews. E se fai commenti sul nome ti Schianto”
Ethan lo trovava un nome molto musicale, e non vi avrebbe fatto commenti comunque. Anche perché era troppo preso a ripassarsi nella mente il cognome.
“ Sei il fratello di Briony?” domandò.
Non l’avrebbe mai supposto -Merlino, si chiamava Matthews non Herminaxcibaldus, le probabilità che il suo cognome appartenesse a persone non imparentate erano elevate- se non fosse che lei -Briony, la dolce Briony- parlava sempre di questo fratello simile ad un principe azzurro. Il modo in cui Abel sgranò per un attimo gli occhioni fece capire ad Ethan di averci visto giusto.
“La conosci?”
Chiese stupidamente Abel. Era abituato che, in quel posto, nessuno collegasse Briony a lui. Un po’ perché nessuno, solitamente, calcolava mai lei, un po’ perché lui nemmeno la salutava, quando si incrociavano. Briony rappresentava quella parte di lui che non voleva mostrare a nessuno. Dire a tutti che era sua sorella sarebbe stato come spalancare una porta su quella sua vita fuori da Hogwarts di cui nessuno, lì dentro, sapeva nulla.
“Siamo allo stesso anno. Ed è un’amica adorabile”
Sorrise Ethan. Ancora una volta gli bastò poco per capire Abel, e non aggiunse altro. Gli chiese invece un altro leccalecca in regalo.
Ethan considerò subito Abel una bella persona -nonostante questi pareva far di tutto per risultare odioso- ma non è comunque solito far risalire a quella sera l’inizio della loro amicizia. Per lui incominciò solo un paio di settimane dopo. Non avevano più avuto occasione di passare del tempo insieme, ma si erano sempre salutati incontrandosi in Sala Grande o fuori dalle aule. Abel non diceva mai “Ciao, come va?”. Per Abel i convenevoli erano per gli adulti, per gli insicuri, per gli ipocriti. Ethan aveva finito per affezionarsi così tanto ai suoi tipici modi di iniziare un discorso ( “Hewer. Oggi Korsakov è di pessimo umore” “Ohi, sapessi quanto ho dormito a lezione oggi” “Ethan. Non mangiare il porridge. Fa schifo” mai preceduti da un ‘ciao’) che sapeva gli sarebbero mancati se la loro amicizia non fosse stata approfondita e -come sempre succede in questi casi- sarebbe sfumata nel nulla.
Era nel Salone d’Ingresso, quel giorno, e si stava dirigendo verso il campo per la lezione di Volo. Intorno a lui, il caso: i ragazzi del sesto uscivano dai sotterranei dopo Pozioni, quelli del quarto si stavano recando ad Erbologia, quelli del settimo rientravano da cura delle creature magiche e alcuni del primo da volo. Mai aveva visto il Salone d’Ingresso così gremito.
“Ehi, frocetto. Il mio amico si chiedeva se ti ecciti nelle docce con noi”
Quirrell Harmon, un colosso del sesto anno, non perdeva mai occasione per prenderlo in giro in modi davvero crudeli e volgari. Ethan fece per voltargli le spalle e continuare per la sua strada, ma Quirrell gli corse dietro, facendosi largo tra la folla, seguito da alcuni amici grossi e stupidi quanto lui.
“Andiamo, testina di cazzo, rispondici. Altrimenti dovremo fare degli esperimenti”
Ethan sentiva le mezze risate e i commenti dei presenti come un fastidioso -doloroso- ronzio in testa, mentre cercava di farsi largo tra gli studenti per allontanarsi dalle parole di Harmon.
“Frocio, la nostra è innocente curiosità. Ti fai le seghe col calendario del Quidditch e non quello delle modelle? “
Poi ci fu silenzio.
Ethan si chiese come mai Harmon si fosse limitato a tre battute, lui che di solito gliene urlava almeno dieci di fila. Si chiese anche come mai la folla intorno a lui si fosse improvvisamente zittita. Si volse appena in tempo per vedere Harmon in terra, prima che la folla, chiudendosi intorno allo spettacolo della rissa, gli coprisse la visione. Abel stava in piedi davanti al ragazzo, il viso cupo e lo sguardo a terra. Si massaggiava le nocche della mano sinistra cercando di nascondere una smorfia di dolore. Non ci fu nessuna rissa perché se ne andò, seguito da sguardi curiosi e da un silenzio referenziale, senza dire una parola. Nemmeno cercò Ethan con lo sguardo.
Si trovava in biblioteca a studiare Incantesimi con Briony, quando vide nuovamente Abel. Questi passò loro a fianco senza notarli e andò a sedersi al tavolo a fianco, salutando gli amici che là già lo attendevano. Ethan si alzò e lo raggiunse. Abel alzò su di lui uno sguardo freddo, quasi che lo stesse sfidando a dire alcunché.
“Grazie”
“Di cosa?” domandò Abel con la risata derisoria e l’espressione ingenuamente confusa di chi non ha la minima idea di cosa si stia parlando. Ad Ethan ricordò un po’ Briony, in quel momento.
“Lo sai” gli disse, serio. Abel si guardò intorno, scambiandosi occhiate derisorie coi compagni di studio. Poi tornò a rivolgersi a lui. Alcuni degli amici di Abel gli risero addosso.
“ Ethan. Torna a studiare” liquidò Abel con aria si sufficienza.
Ethan se ne tornò al suo tavolo, ma lo sguardo era fisso sulla schiena di Abel, le sopracciglia corrucciate come se questo gesto potesse aiutarlo a capire.
“Fa sempre così” Briony parlò alzando gli occhi dal libro.
“Che vuoi dire?”
La giovane scrollò le spalle e tornò ad abbassare il viso sui compiti.
“Fa sempre così”
